Un evento epico
Wonderwall e la reunion dei Fratelli Gallagher
come la strategia social ha reso un evento ancora più eccezionale
C'è chi ha pianto, chi ha urlato, chi ha semplicemente mandato un messaggio ad un amico con scritto "è successo davvero?". La notizia della reunion degli Oasis non è esplosa: è lievitata. Come succede con le storie migliori, quelle raccontate con il giusto tempo, le giuste pause, e l’intenzione chiara di non voler dominare l’attenzione, ma meritarla.
In un’epoca dove ogni secondo online è un urlo nella folla, la band ha fatto una scelta controintuitiva: comunicare poco, ma con una precisione disarmante.
Stop Crying Your Heart Out: social minimalism
Un teaser, qualche data, un threads strategico, tanto è bastato.
Dove altri riempiono i feed, gli Oasis hanno lasciato spazio, uno spazio paragonabile ad un campo lasciato incolto troppo a lungo, cheè stato subito colonizzato dall’affetto e dalla fantasia dei fan.
I social si sono trasformati in una festa spontanea. Nessun hashtag imposto, nessun countdown ansioso: solo la forza delle emozioni condivise (le mie per prime). Un esempio magistrale di user-led narrative, dove la community diventa protagonista.
Ma non si trattava solo di nostalgia. C’era qualcosa di più sottile in gioco.
Don’t Look Back in Anger: ma nostalgia fomo
Invece di gridare “ultima occasione!”, Liam e Noel hanno sussurrato “ci siamo ancora”. E questo basta, quando il ricordo è vivo.
La scelta di non annunciare nuova musica ha evitato illusioni. Il focus è rimasto sull’esperienza: una celebrazione collettiva, non un lancio commerciale e i biglietti sono finiti in un lampo, ma nessuno ha parlato di hype forzato. Perché la promessa implicita — “non è un prodotto, è un momento” — è stata mantenuta.
E mentre la nostalgia dava forma al desiderio, l’evento prendeva corpo nel mondo reale, con un’identità, o meglio una brand identity, curata in ogni dettaglio.
Live forever: brand esperenziale
Le attivazioni sul territorio e online non sono state semplici campagne: sono state estensioni del racconto. Adidas, Spotify, Amazon — partner selezionati con cura — hanno accompagnato il ritorno senza invaderlo.
Il flagship store a Manchester, i pop-up con copertine storiche da rivivere in prima persona, i murales: ogni elemento era pensato per far vivere l’evento, non solo comunicarlo.
Il risultato? Coinvolgimento reale, senza pressione, ed è proprio nel rispetto di queste emozioni che la narrativa ha trovato il suo tono.
Some Might Say: raccontare senza colonizzare
Nessuna promessa miracolosa, nessuna esca clickbait, ma “solo” una narrazione solida, coerente, fatta di gesti piccoli ma significativi, alla quale il pubblico di almeno tre generazioni, se non quattro, ha risposto con entusiasmo proprio perché non si è sentito manipolato. Gli stessi media tradizionali, solitamente inclini all’enfasi, si sono adattati al tono sobrio ma intenso della band.
E il momento simbolico della stretta di mano tra Noel e Liam? Nessun titolone esagerato. Solo un gesto accolto per quello che era: fragile, ma reale. È in quella verità che si è radicata la fiducia.
E a proposito di fiducia, continua a leggere…
Acquiesce: la fiducia come filo conduttore
In un ecosistema comunicativo dove la fiducia è in frantumi, gli Oasis hanno dimostrato che si può ancora conquistarla — non con promesse, ma con coerenza.
Il loro ritorno è stato un atto di rispetto verso il pubblico: niente manipolazione emotiva, solo connessione autentica, una vera e proprio lezione per chi comunica, vale a dire l’onestà è la strategia più potente, un’intenzione chiara, una voce riconoscibile e una storia che merita di essere vissuta insieme.
Cosa possiamo imparare da questa storia?
In un mondo dove il doomscrolling anestetizza e le strategie aggressive bruciano la fiducia, la reunion degli Oasis ci ha ricordato qualcosa di semplice e profondo: si può fare marketing senza perdere l’anima.
Si può emozionare senza manipolare. Comunicare senza invadere. Restare rilevanti, anche nel silenzio.
E per chi, come me, è cresciuto con quelle canzoni, è stato come ritrovare una parte di sé. Ti pare poco?
Federica Carrega
Social Media Manager
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